Addio ad Antonio Martino, liberale che Berlusconi trasformò in «ministro della guerra»

di Francesco Verderami

Fondatore di Forza Italia con la tessera numero «2» e sempre al fianco del Cavaliere. Il complesso rapporto con la visione della Ue e il ricordo commosso degli avversari politici

Chissà quante volte, guardando le immagini di Kiev, Antonio Martino sarà tornato con la mente alle terse giornate di quel febbraio del 2002 trascorse in riva allo Stretto della sua Messina, insieme al segretario generale della Nato e al ministro della Difesa russo. A quando salirono insieme su una nave militare per un’operazione congiunta nel Mediterraneo. Alla serata di gala, al modo in cui si accostò a Sergey Ivanov e gli sussurrò che dopo cena gli avrebbe rivelato la miscela di una «bomba». Alla sorpresa nel vedere il cameriere tornare indietro con la «bomba», perché nella sua stanza Ivanov stava incontrando il ministro della Difesa israeliano. Ben presto la granita di caffè con panna si sarebbe sciolta, come la stagione del partenariato tra ex nemici.

Martino, scomparso ieri a 79 anni, è stato un economista liberale e liberista. Ma passerà alla storia come il «ministro della guerra»
. Non sapeva cosa lo attendeva, quando Silvio Berlusconi nel 2011 gli chiese: «Ti piace giocare con i soldatini?». Così lo nominò alla Difesa. E furono le Torri Gemelle, l’Afghanistan, l’Iraq, dodicimila uomini in missione, la strage di Nassiriya ad aprire il sacrificio dei militari sul campo, la lunga scia di attentati in Europa che avrebbe abituato i ministri della Difesa dell’Occidente al «cerimoniale del dolore». Perché tutti, almeno per una volta, furono al centro del rito funebre che si svolgeva per telefono. Il giorno che toccò a Londra, Martino accolse il ministro della Difesa di Sua Maestà John Reid con una frase non di circostanza: «Siccome sei scozzese, non dirò che sono un anglofilo ma un britofolo». «Ti ringrazio». «Condoglianze, John. Siamo al vostro fianco. Ma la storia racconta che, ogni qualvolta hanno tentato di spaventarvi, hanno dovuto subire la vostra reazione».

In quegli anni ci furono da prendere decisioni difficili, al limite della Costituzione. Come la notte in cui alla base di Aviano le brigate avio-trasportate americane attendevano l’autorizzazione per partire verso il nord dell’Iraq, dove i reparti curdi le attendevano per iniziare l’attacco a Saddam Hussein. Dal Colle il segnale non arrivava e fu il ministro della Difesa a premere sul sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta perché la missione non fallisse. «Nella guerra al terrore — disse dopo Martino — l’Europa dovrebbe smetterla con atteggiamenti pilateschi». Fu preso di mira dai francesi, ma fu sostenuto da Carlo Azeglio Ciampi quando gli proposero l’incarico di segretario generale della Nato. A Bruxelles però non c’è il mare e Martino rifiutò: «Sono certo che me ne pentirò, ma voglio provare a smentirmi». Restò al ministero per accelerare la sospensione della leva militare, avviata dal suo predecessore Sergio Mattarella. E per tutelare il budget della Difesa dai tagli: «Ne va della credibilità internazionale dell’Italia».

Nella sua precedente vita Martino «l’amerikano» era stato un seguace di Milton Friedman alla scuola di Chicago: «Il corso che seguii sulla teoria della moneta sarebbe diventato una pietra miliare del pensiero economico». Ma le lezioni si tenevano dalle 13 e 30 alle 15 e per il ventenne siciliano era un problema, «perché l’orario coincideva con i miei canonici tre quarti d’ora di riposo e in aula non reggevo. Così spostai il mio pranzo a mezzogiorno», che per i meridionali coincide più o meno con la colazione mattutina: «Fu una tortura». Martino sarebbe diventato amico del premio Nobel e avrebbe sposato la sua dottrina, sfidando le teorie che in Italia andavano (e vanno) di moda.

Usò i libri come armi del pensiero, e le sue proverbiali battute come strumento per farsi comprendere. Berlusconi, ricordando ieri la «tessera numero due di Forza Italia», lo ha definito «un liberale intransigente». Infatti, nonostante fosse suo ministro, in un testo teorizzò la necessità di porre fine al duopolio televisivo. Contro la «limitazione della libertà», si oppose al titolare della Salute Girolamo Sirchia che volle applicare la sua legge contro il fumo anche nei circoli privati: «Sappi che al prossimo Consiglio dei ministri verrò a fumarti in faccia il Moro», ventitrè centimetri di toscano. Usò l’iperbole, gridando «lunga vita ai paradisi fiscali» come forma di «legittima difesa dall’oppressione delle tasse»: «Dovrei discolparmi dicendo che sono contro gli evasori? E perché sprecare fiato con le ovvietà?». Si sentì in missione persino quando il Superiore dei Legionari di Cristo gli chiese una consulenza spirituale: «Sa, a volte i miei fedeli confessano di non pagare le tasse. Come faccio a spiegare in modo convincente che è un peccato?». «Padre, lei è in grado di dire una menzogna?».

Non si adontò mai per le critiche. Ma lo ferì sentirsi additare come un «euro-scettico». Accadde nel 1994 quando entrò alla Farnesina, seguendo le orme del padre Gaetano, che da ministro degli Esteri aveva firmato i Trattati di Roma, pietra angolare della moderna Unione. Decise di ripararsi dietro una massima di Friedrick Hayek, un altro Nobel, un altro economista: «C’è una sola categoria di persone che detesto più di quelle che parlano male di me. Quelle che parlano bene di me». Ed è vero che è sempre stato critico verso «la visione burocratica di Bruxelles», ma alla vigilia delle ultime elezioni ha mostrato la fedeltà alla sua storia e a quella di suo padre: «Il voto non sarà più uno scontro tra destra e sinistra, ma tra i sostenitori dell’Europa e i suoi avversari. E dinnanzi alle teorie populiste sull’uscita dall’euro, difenderò un’Unione che pure non va».

Questo era Martino. A cui l’ideatore dell’Ulivo Arturo Parisi, che è stato suo successore alla Difesa, ha tributato uno struggente saluto: «Lo incontrai da avversario e lo piango da amico fraterno». Li legava la mistica per la Patria e le divise. C’è ancora chi ricorda le loro risate alle parate del 2 giugno. «Arturo, sei poi andato all’anniversario dei quaranta anni di matrimonio di Prodi?». «Me n’ero quasi scordato, ma il frastuono per le strade di Bologna me l’ha fatto ricordare. Credevo che i festeggiamenti fossero per loro, però mi parevano esagerati. Infatti erano i tifosi del Bologna che è rimasto in serie A».

5 marzo 2022 (modifica il 5 marzo 2022 | 22:47)

We wish to give thanks to the author of this short article for this amazing web content

Addio ad Antonio Martino, liberale che Berlusconi trasformò in «ministro della guerra»

Debatepost