L’ex Varese Zanus Fortes: “Il bunker e la fuga a casa: salvo grazie al popolo ucraino”

Cristiano era arrivato a Kiev il 7 gennaio con la sua compagna e l’amico-regista Matteo Spiazzi per lo spettacolo “The Ball”. Il 24, giorno della prova generale, i tre fuggono dai bombardamenti

Per 6 stagioni è stato una delle grandi bandiere della Pallacanestro Varese. Compresa l’annata del 1999, quella del decimo scudetto. Amatissimo dai tifosi, per l’occasione, Cristiano Zanus Fortes si tinse i capelli di rosso, come il suo amico e compagno di squadra Gianmarco Pozzecco. Oggi però c’è una sola bandiera da sventolare. Ed è quella dell’Ucraina: “Il mio cuore è ancora a Kiev – racconta l’ex centro (è alto 2.06) nato a Venezia, 330 partite e 11 stagioni in serie A -. Ho conosciuto un popolo coraggioso e generoso. E se sono tornato a casa sano e salvo, lo devo anche a loro”.

Fuga da Kyev

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Ripensa a Talia, Cristiano, la donna che ha garantito a lui e ad altre 20 persone un rifugio per la notte e un pasto caldo nel suo appartamento, non lontano dal confine con la Moldavia. Ripensa all’autista ucraino che ha guidato 11 ore consecutive il suo minibus per portarlo in salvo. E ripensa anche alla bimba di 9 anni appena adottata da una coppia di italiani conosciuta in ambasciata, il primo giorno dei bombardamenti: la piccola non conosceva una sola parola di italiano. “Occorre sensibilizzare l’opinione pubblica, sostenere questa gente straordinaria – continua Zanus Fortes, 50 anni, oggi maestro di yoga e dirigente della Cestistica Verona in serie C Gold -. Non dimenticherò mai i giorni trascorsi in Ucraina”. Cristiano arriva a Kiev il 7 gennaio scorso. Con lui c’è Katia Tubini, la sua compagna, insegnante di danza e coreografa. Insieme all’amico e regista Matteo Spiazzi lavorano allo spettacolo “The Ball”: ‘prima’ prevista il 25 febbraio al Teatro Nazionale Accademico dell’Operetta della capitale. “Due settimane prima dell’esordio però l’unità di crisi ci invita a lasciare il paese – spiega -. E così il 12 torniamo in Italia”. Pochi giorni dopo Vladimir Putin annuncia la ‘fine delle esercitazioni’ e i tre, pur consapevoli dei rischi, decidono di volare nuovamente a Kiev: “Volevamo finire il lavoro, essere pronti per lo spettacolo”. Giovedì 24 è il giorno delle prove generali. Ma il risveglio avviene con il suono delle sirene. Scappano. E trovano rifugio presso l’ambasciata italiana. “Con noi ci sono anche famiglie, lavoratori, giornalisti -continua Zanus Fortes -. Sentiamo diverse esplosioni, per 2 volte dobbiamo scendere nel bunker”. Sei ore dopo è ora di partire. Cristiano e gli altri vengono condotti in un luogo sicuro fuori città. “Per due giorni rimaniamo stipati in una grande casa, un po’ dove capita, in tutto siamo 100 persone – prosegue l’ex cestista -. Il cibo è poco, ci viene detto che non potremo avere più di un pasto al giorno”.

La fuga in minibus

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L’occasione per tornare a casa è un minibus da 40 posti che parte all’alba di sabato 26 febbraio. I tre firmano un documento per lo scarico di responsabilità: “Ci spiegano che lungo il tragitto non ci sono garanzie per la nostra sicurezza. Abbiamo paura, ma partiamo in 20”. Oltre all’autista, a bordo c’è solo un soldato ucraino. Il viaggio dura 11 ore attraverso le strade meno battute, per evitare checkpoint e missili russi. “Alle 2 di notte arriviamo in un piccolo paese vicino la frontiera -prosegue il racconto Cristiano -. Ci accoglie Talia. Oltre a offrirci un rifugio per la notte, ci fa trovare la cena pronta: salsicce, patate, pollo, pane, salame e un dolce alla ricotta. Un’ospitalità davvero incredibile”. I 20 fuggitivi raggiungono la Moldavia il giorno dopo, dove li aspetta la delegazione italiana. I tre salgono su un taxi fino in Romania. L’indomani si imbarcano sul primo volo diretto per Verona. Conclude Zanus Fortes: “L’ultimo saluto all’autista del minibus e al soldato che ci hanno accompagnato è stato commovente: tornate in Ucraina, ci hanno detto. Vi aspetteremo da uomini liberi”.

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L’ex Varese Zanus Fortes: “Il bunker e la fuga a casa: salvo grazie al popolo ucraino”

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