Mourinho spirituale: “Voglio vincere sempre. Non per me, ma per regalare gioia”

Sull’”Osservatore Romano” il tecnico si racconta col cardinal De Mendonça: “Nella mia vita il calcio è solo una parte, c’è anche la fede. La scuola e lo sport di formazione hanno un ruolo importante”

Un Josè Mourinho completamente inedito: il suo rapporto con la spiritualità, il suo voler essere leader ed educatore, la voglia di vincere non più solo per se stesso, ma per gli altri. Nel dialogo tra il cardinale José Tolentino de Mendonça, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, uno dei massimi esperti del cattolicesimo contemporaneo – e secondo molti destinato a diventare Papa – e José Mourinho, promosso dall’Osservatore Romano, l’allenatore della Roma si racconta come mai prima. “Percepisco la mia evoluzione come persona pensando al fatto che per molti anni ho voluto vincere per me stesso, mentre adesso sono in un momento in cui continuo a voler vincere con la stessa intensità di prima o addirittura maggiore, ma non più per me, ma per i giocatori che non hanno mai vinto, voglio aiutarli… Penso molto di più al tifoso comune che sorride perché la sua squadra ha vinto, alla sua settimana che sarà migliore perché la sua squadra ha vinto. Continuo a essere un “animale da competizione”, per così dire, continuo a voler vincere come o più di prima, ma prima mi concentravo su me stesso”.

Leader ed educatore

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Sarà anche per questo che Mourinho ha stabilito fin da subito un legame così forte con Roma e sarà per questo che, dopo qualche scossa di assestamento, il legame con i suoi giocatori è saldissimo: “Una delle sfide maggiori che noi come allenatori, leader di uomini, chiamiamoli come vogliamo, abbiamo oggi è proprio quella di come essere leader, come ottenere il massimo, perché, ok, l’obiettivo è l’alto rendimento sportivo, ma come tirare fuori il massimo da quegli atleti, che non sono atleti ma uomini. Ogni persona è diversa dall’altra, in questo caso ogni calciatore è diverso dall’altro, e l’espressione di ciascuno di loro in campo in termini di prestazione è fondamentalmente la conseguenza di un’empatia che si crea tra due uomini: nella fattispecie, tra un uomo molto più maturo (l’allenatore) e i calciatori. Questo tipo di empatia per me è fondamentale”. Non solo, per Mou la vittoria è fondamentale e non lo nega, ma la racconta in una chiave inedita: “Siamo pagati per vincere. Gli atleti, non gli uomini, sono pagati per vincere. Stiamo parlando di alto rendimento, e a volte ci sono decisioni nella gestione di una squadra che hanno qualcosa di crudele: non c’è il tempo di lasciare maturare, di lasciare crescere”. Tolentino la chiama: “ La dittatura dei tempi stretti” e Mou aggiunge: “L’errore si paga. Se commetto un errore, lo pago con l’esonero. Se un giocatore commette un errore, lo paga non giocando a beneficio di un altro. C’è qualcosa di crudele”.

I giovani

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Parole speciali sono quelle che Mourinho dedica al rapporto con i giovani: “È tutta una questione educativa. Un giovane italiano, ad esempio, cresciuto con un africano arrivato in Italia come rifugiato da una di queste situazioni che abbiamo per il mondo, credete che un giorno sugli spalti sarà aggressivo, razzista, xenofobo? Non lo sarà. La scuola e lo sport di formazione hanno un ruolo davvero importante”.

Mou privato

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Durante la conversazione con il cardinale Tolentino Mourinho si racconta come mai, parlando di spiritualità e del tempo che passa: “A volte penso che l’unica cosa che non mi piace molto dell’avanzare degli anni è che ho un dolorino qui, un dolorino lì, che mi sveglio un po’ più stanco, ed è l’unica cosa che davvero non mi piace dei miei 59 anni, ma se devo compararmi come persona, come allenatore, che sono due cose diverse, bene se devo compararmi con 20 anni fa… mi dispiace molto non aver avuto 20 anni fa le esperienze, buone e meno buone, e le conoscenze che ho oggi”. Il calcio, conclude Mourinho: “non è, come la gente pensa, la mia vita, è soltanto una parte importante della mia vita, ma c’è altro, come la fede”. Per questo ama Fatima e San Pietro, ma in incognito: “La Fatima silenziosa, deserta, in cui stabilire un rapporto intimo… Essendo una persona più o meno conosciuta, le persone si avvicinano, ovviamente animati dalle migliori intenzioni, ma purtroppo finiscono per turbare un momento che vorrei fosse per me stesso. Per questo motivo sono una persona che visita Fatima di notte. Anche a Roma visito spesso San Pietro di notte, la mascherina aiuta, l’oscurità della notte anche”.

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Mourinho spirituale: “Voglio vincere sempre. Non per me, ma per regalare gioia”

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